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Copertina del libro "Vivere su linee di confine. I miei primi vent'anni a Trieste" di Sergio Fontegher Bologna (Agenzia X)
È un testo più unico che raro nella produzione del suo autore quello che ci si appresta a discutere nelle righe seguenti, una preziosa anomalia che consente ai lettori di scoprirlo sotto un altro aspetto, più intimo e narrativo, ma cionondimeno meno incisivo o puntuale. Stiamo parlando di Vivere su linee di confine. I miei primi vent’anni a Trieste (Agenzia X, 2026) di Sergio Fontegher Bologna.
L’autore, triestino di nascita, è una delle voci storiche del marxismo autonomo ed operaista italiano, storico del movimento operaio (professione che ha esercitato anche nelle accademie italiane ed europee), esperto di logistica, analista della crisi della classe media, agitatore ed attivista per la sindacalizzazione delle forme di lavoro contemporanee. In questo libro, memoir e romanzo di formazione allo stesso tempo, Fontegher Bologna si riscopre altro da sé, proponendo una scrittura personale che non scade nella nostalgia, che assomiglia a certe pagine dei diari di Brecht nel voler essere dentro la Storia, i suoi tumulti, le sue tragedie, attraverso i dettagli minuti delle storie, i volti quotidiani e familiari, le abitudini, lo stupore nella scoperta di qualcosa di nuovo.
Vivere su linee di confine
È un romanzo di formazione in cui l’autore, in ogni caso, non rinuncia ad affilare le armi della critica, ovvero di ciò che ne avrebbe caratterizzato la postura intellettuale della sua esistenza professionale e politica, in cui distilla letture sociologiche delle trasformazioni economiche senza sfoggiare apparati di lettura o sterminate bibliografie, ma con la forza semplice (si fa per dire…) dell’enunciazione chiara, diretta, della ‘parola che squadri da ogni lato’ per dirla con Eugenio Montale. Eccone un esempio:
La piccola borghesia urbana è perennemente in bilico di status, il confine che la separa dal proletariato e dai working poor è un confine mobile (…) occorre dunque un po’ di coraggio, un po’ di fantasia, un pizzico (o una bella dose) di beffarda stramberia per non finire vittime del filisteismo, per non restar inchiodati a difendere con le unghie e con i denti la trincea dello status, per non sacrificare tutta la vita al sogno di entrare nel mondi di chi gode del privilegio della narrazione
(Fontegher Bologna, 2026, pp. 96-97)
Questo distillato di critica sociale è la cifra stilistica del libro, il modo in cui l’autore descrive i propri Bildungsjahre, i propri anni di formazione tra le macerie di una città, Trieste, sospesa tra diverse – e contrastanti – appartenenze culturali e identitarie, sospesa tra diversi regimi temporali, tra un passato regale ed un presente fatto di incertezze e divisioni. In questo romanzo di formazione, Trieste è il soggetto che vive a fianco del narratore e non solo lo sfondo entro cui si dipanano le esperienze del giovane autore, ma una città che ne plasma, in qualche modo, la forma mentis. Le linee di confine del titolo, infatti, non sono solamente quelle geografiche che separano la città in zone diverse di amministrazione nel dopoguerra, ma quelle delle tante identità sociali e culturali, quelle dei confini di classe, i confini della mobilità sociale che esploderanno con il boom economico degli anni Sessanta e che Fontegher Bologna nel libro vede nascere.
Una mobilità che, come studioso, avrà modo di analizzare e organizzare politicamente attraverso la composizione sociale emersa da questa accelerazione. Il libro, così, può essere letto attraverso due assi. Il primo è quello che attiene alla narrazione intima dell’autore, che coinvolge il sé narrante, l’ambiente familiare, la città come spazio allo stesso tempo conosciuto e straniante, scoperto nei lunghi pomeriggi ludici con i coetanei o nella drammatica corsa ai rifugi durante i bombardamenti bellici. Particolare importanza riveste il rapporto di Sergio (ci si permetta di chiamarlo per nome!) con la famiglia e le loro storie: la madre Laura, il padre Vittorio, lo zio Giaci, il nonno di ritorno dall’America, le nonne. E poi i compagni di scuola e di gioco, le maestre, i preti dell’oratorio, persone reali e non finzioni narrative che entrano, con le loro storie, le loro idiosincrasie, i loro volti, nelle esperienze del narratore e si muovono nello sfondo della Trieste che prova a uscire dalle macerie.
La seconda chiave di lettura è proprio quella che riguarda la città, corpo vivo e mutante, le cui rovine non sono solamente quelle provocate dalla guerra e dai bombardamenti. Come il Walter Benjamin che parla della sua Berlino attraverso luoghi, oggetti, abitanti, anche il narratore Sergio fa esperienza pedagogica di questa esperienza urbana, osservandone le dinamiche sociali e politiche. Trieste è, nelle pagine del libro, una città in cui il sentimento anti-italiano alberga in forma egemonica nelle classi proletarie nostalgiche della città asburgica e anche dei prodromi dello stato sociale che l’impero garantiva (a cui l’esperimento austromarxista degli anni Venti darà forza politica), delle occasioni di lavoro che garantiva, in cui quindi il mito asburgico esiste come surrogato identitario: Vittorio, il padre di Sergio, lavorava presso i cantieri navali triestini, fiore all’occhiello della cantieristica mondiale e snodo principale delle rotte logistiche nel mediterraneo orientale, elemento a cui egli fa risalire la propria passione per lo studio della logistica in un’altra fase della sua vita.
È la nostalgia asburgica di parte della propria famiglia, che continuava a festeggiare il compleanno dell’imperatore; ed è anche la Trieste del revanchismo nazionalista italiano da parte dei settori della borghesia anticomunista, che costruiscono la mitologia della Trieste italiana per il proprio tornaconto politico. È anche la città in cui i comunisti, stretti tra il desiderio di vivere appieno l’esperienza titina e il dover rispondere alle perentorie decisioni del Cominform, rimasero in mezzo al guado. La città sospesa tra questi diversi umori, in cui Sergio apprende la passione per il pianoforte e viene avviato agli studi classici, in cui apprende il rigore e la serietà della professione intellettuale (vocazione, in senso weberiano), ma anche la passione degli scambi ‘marginali’ nei bacari e nelle osterie, ascoltando musica e parlando del più e del meno.
Si può dire che in questo libro Fontegher Bologna si scopre narratore dell’esperienza, alla maniera in cui Benjamin descrive questa funzione, come un soggetto che ha un rapporto vitale (anima, occhi e mani, la totalità dei sensi) con ciò che narra: un’esperienza che non ha la pretesa di assurgere ad esempio universale, ma che illumina una porzione della storia e la colora con le descrizione di eventi e personaggi, con considerazioni analitiche, anche con inviti al conflitto sociale per le più giovani generazioni. Si può dire, così, che il libro è un ottimo esempio di riscrittura della Storia dai propri margini o, in questo caso, dai propri confini sempre mobili e mai definiti, sempre in movimento come l’inquietudine intellettuale dell’autore che, anche narrando la propria intimità, non smette di pensare alla mobilitazione per la giustizia sociale.
Vivere su linee di confine. I miei primi vent’anni a Trieste, Sergio Fontegher Bologna, Agenzia X, 2026